“S.O.S…S.O.S…Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza. Qui si sta morendo…Siciliani, Italiani, uomini di tutto il mondo, uomini di governo, ascoltate: si sta compiendo un delitto di enorme gravità, assurdo, si lascia spegnere un’intera popolazione…”
Questo era quello che ascoltava chi si fosse sintonizzato il 25 marzo 1970 alle ore 19.30 sulla frequenza modulata dei 98.5mhz e sulla lunghezza d’onda di m 20.10. Erano le voci di tre giovani: Danilo Dolci, Franco Alasia e Pino Lombardo, che insieme denunciavano lo scandaloso stato di abbandono in cui versava quella parte di regione occidentale della Sicilia, colpita due anni prima da un violento terremoto e presso la quale molte persone vivevano ancora nelle baracche. Queste parole erano le ultime pronunciate a quella che fu la prima radio libera in Italia, Radio Partinico Libera, infatti aveva sede a Partinico, vicino Palermo. Durò poco più di un giorno, ma ebbe una grande eco e un notevole impatto se proprio in quel momento, alle 19.30, dopo 27 ore, le forze dell’ordine sequestrarono gli impianti e chiusero l’emittente.
Radio Partinico fu la prima radio libera, ma non fu l’ultima.
Gli anni ‘70 sono stati anni turbolenti, segnati da un clima politico violento che porta la conta di numerose stragi e morti. Da una parte il sistema, l’ordine costituito, che aveva in mano le redini della società, che controllava l’informazione, i soldi pubblici, la vita dei cittadini in generale; dall’altra gli antagonisti, gli oppositori, coloro che volevano cambiare o, quanto meno, sanare le crepe di una società corrotta. In Italia il Partito Comunista rappresentava al meglio questa seconda parte di popolo, ma vi erano anche movimenti e collettivi autonomi di estrema sinistra posti al di fuori dei giochi parlamentari e spesso più violenti che, in quegli anni, al pari dei movimenti neofascisti, si macchiarono di sangue.
In una Sicilia abbandonata a sé stessa i comunisti rappresentavano la parte antisistema, laddove il sistema era incarnato proprio dai mafiosi. Traffico di droga, estorsioni, speculazione edilizia, deturpamento del territorio: queste e molte altre erano le attività legate alla mafia in Sicilia, alle quali una parte di siciliani, anche a costo della vita, si ribellavano. Tra i martiri di queste battaglie vi fu anche Peppino.
Giuseppe Impastato, Peppino per tutti, nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, in un territorio dove la mafia era molto presente, presente dappertutto: nelle strade, nei palazzi, negli aeroporti, in politica, sui giornali, nei discorsi della gente. Ed era fin tanto presente che la stessa famiglia di Peppino era mafiosa: il padre, lo zio, tutti i suoi parenti. Ma Peppino non lo era e, anzi, non sopportava per nulla la mafia e, dapprima, la propria stessa famiglia, contro la quale si battette dall’inizio. È proprio su questo punto che la battaglia di Peppino assumerà un senso più alto: Peppino non decise di chiudere gli occhi e andarsene via di casa, ma fu cacciato dal padre stesso, perché si ribellava a gran voce.
All’età di 29 anni Peppino aveva già portato avanti tante battaglie contro la mafia, che ogni giorno denunciava apertamente, con tanto di nomi e cognomi, attraverso il giornalino ‘L’Idea Socialista’, che fondò già nel ‘65. Sostenuto dai locali partiti e movimenti di sinistra, Peppino si ribellò contro gli espropri ai danni dei poveri contadini, che vedevano sottrarsi la terra per l’assurda costruzione del ben terzo aeroporto di Palermo: l’ennesima colata di cemento che ingrassava le pance dei soliti signorotti della zona.
‘La mafia è una montagna di merda’ gridava Peppino nel ‘77, quando fondò Radio Aut, sette anni dopo l’esperienza della prima radio libera di Danilo Dolci, suo amico e compagno di lotte, alla quale si ispirò. Aperta grazie al fortunoso reperimento di attrezzature di seconda mano, Radio Aut rappresentò l’apice della sua denuncia e di quella dei suoi compagni. Era ascoltata in tutto il paese di Cinisi e in quelli limitrofi e il programma di tendenza era ‘Onda pazza’, dove Peppino attraverso la satira derideva mafiosi e politici della zona; cosa che non avrebbe potuto fare se non fondando una radio libera, dal momento in cui i canali di informazione istituzionali erano asserviti alle diverse logiche di potere, tra cui la mafia stessa. ‘Onda Pazza’ fu un esempio di resistenza per tutti coloro che decisero di non voltarsi dall’altra parte, fu la voce dei siciliani liberi, ai quali la mafia proprio non andava giù e che, anche a costo della vita, si sacrificarono per la propria terra per un futuro migliore.
Colpito con le pietre in testa, legato alla dinamite, posto sopra i binari del treno e fatto saltare in aria, Peppino Impastato fu assassinato il 9 maggio del 1978 dopo essersi candidato alle elezioni comunali di Cinisi nella lista di Democrazia Proletaria e dopo una vita vissuta nella lotta non violenta. Il 9 maggio dello stesso anno fu ritrovato anche il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, volto armato dell’estrema sinistra, dal quale Peppino era anni luce distante. Ed è proprio a causa di questo diffuso clima di tensione in tutta Italia e all’opinione pubblica, ormai scettica e contraria nei confronti delle azioni violente dei movimenti eversivi di sinistra, che la coincidenza dei due avvenimenti non giocò a favore di Peppino. La sua morte, infatti, passò subito in sordina e, inizialmente, le forze dell’ordine sospettarono di un attentato da parte del giornalista di Cinisi, dove egli stesso sarebbe rimasto vittima: lo additarono come terrorista. Ci volle un po’ di tempo prima che si facesse luce sulle responsabilità mafiose, che portarono all’arresto dello zio ‘Tano’ ,Gaetano Badalamenti, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio l’11 aprile 2002.
Cento passi era la distanza della casa di Peppino da quella del boss Gaetano Badalamenti. ‘I Cento Passi’ è anche il titolo del film di Marco Tullio Giordana. Radio 100 Passi, invece, è la radio che, sulla scia dell’esperienza di Radio Aut, il 9 maggio 2014, in occasione della giornata di memoria per Peppino, è stata allestita proprio nella casa del boss.
La storia di Peppino è una storia di ribellione, determinazione, coraggio. È una storia di esempio, che ha positivamente segnato, e segna ancora oggi, quei territori. È una storia di onore, l’onore quello vero, che ridà lustro e speranza a un intero popolo. Peppino è stato un baluardo di libertà e, come giornalista, ancora oggi rappresenta in pieno il concetto di ‘libera informazione’.